Il 2 Ottobre è arrivato su Netflix Italia il film horror Il Legame, diretto da Domenico De Feudis e interpretato da Mia Maestro, Riccardo Scamarcio
Mariella Lo Sardo, Giulia Patrignani, Federica Rosellini e Raffaella d’Avella.
Per il suo debutto dietro la macchina da presa De Feudis si ispira al concetto di fascinazione del celebre saggio di antropologia Sud e Magia di E. De Martino, e realizza un film immerso in una Puglia inedita, ricca di credenze arcaiche, dove tradizioni popolari e rituali fanno da sfondo a una vicenda sospesa tra il realismo e la magia nera.
Il Legame | La sinossi ufficiale
Francesco (Riccardo Scamarcio) sta portando per la prima volta la sua compagna Emma (Mia Maestro) e Sofia (Giulia Patrignani), la figlia di lei, a conoscere sua madre Teresa (Mariella Lo Sardo) che vive in una antica villa circondata da ulivi centenari. La donna si dice sia una guaritrice, perché capace di operare riti magici sulle persone. Una notte Sofia viene punta nel sonno da una tarantola, da questo momento Emma e sua figlia assisteranno ad eventi sempre più inquietanti. Così mentre la bambina manifesta rapidamente gravi segni di malattia e possessione, Emma comincia a non fidarsi più di nessuno. In un crescendo vertiginoso di tensione, Emma cercherà di fuggire anche se il legame intorno a lei e a sua figlia sembra ormai indissolubile.

Il Legame | Intervista al regista
FilmHorror ha avuto il piacere di incontrare il regista Domenico De Feudis che ha parlato di questo suo progetto diventato realtà. Ecco cosa ci ha raccontato.
Come è nata l’idea di questo film Il Legame? Ho letto che è partito tutto da un cortometraggio che hai realizzato qualche anno fa.
Il progetto nasce dopo aver realizzato il cortometraggio horror “L’ora del buio” che era anche una sorta di prologo del film. Una volta presentato il progetto abbiamo deciso di distinguere il corto dal film e non è stato più inserito dato che il corto aveva avuto il suo percorso partecipando a diversi festival in giro per il mondo.
Il cortometraggio è stato lo strumento che ho utilizzato per presentare al produttore la mia storia. L’idea era quella di scrivere un film horror che approfondisse tematiche universali come le relazioni familiari, ma che fosse radicato in un contesto nostrano ben specifico. E quindi ho deciso di raccontare il paese in cui sono nato e cresciuto: la Puglia. È un luogo per me ricco di ricordi e ispirazioni, soprattutto dopo essermi trasferito a Roma per studiare e lavorare.
Sei sempre stato legato al genere horror? Perchè hai scelto di esordire alla regia con un film di questo tipo?
È stato un processo abbastanza naturale e istintivo. Scrivo da sempre racconti o storie di questo tipo e tutti i cortometraggi e i lavori che ho realizzato viaggiano su questa linea. Sono attratto dal genere e dalle sensazioni ed emozioni che ne derivano, sia nella letteratura che nel cinema, nella pittura e nella fotografia.
HT Film e Indigo Film sono stati molto coraggiosi e hanno deciso di scommettere in un genere di film che ora sta avendo una piccola ripresa, ma che è rimasto inesplorato per molti anni. Sicuramente ci sono stati singoli tentativi e film molto ben riusciti, ma non esiste ancora una vera e propria produzione concentrata su questo genere e spero in una progressione.
I tuoi riferimenti nel cinema horror?
Mi piacciono gli horror di tensione e thriller psicologici, amo Polanski e Aronofsky. Sono anche un grande appassionato degli horror moderni “d’autore” come quelli di Eggers, Aster e Mitchell, degli intramontabili classici di Cronemberg e Wes Craven o dei più recenti film di James Wan.
Come hai coinvolto il cast? Avevi già in mente questi nomi per i vari personaggi?
Viola Prestieri, la produttrice di HT Film, mi ha proposto Mia Maestro e Riccardo Scamarcio come attori protagonisti del film. Sono stato molto contento della sua proposta, sono entrambi due attori enormi che trovo formidabili e che mi hanno permesso di stare più tranquillo sul set rispetto alla messa in scena e all’impostazione di recitazione.
Federica Rosellini l’ho vista a teatro ed è un’attrice formidabile, ho cercato di coinvolgerla sin da subito ed è stato molto interessante e stimolante lavorare con lei.
Con Giulia Patrignani c’è stata subito una splendida alchimia è una ragazzina molto talentuosa. Durante il provino ha dimostrato di essere un’attrice molto versatile che sa passare con facilità da scene ordinarie a scene più pesanti che richiedono molta concentrazione.
Mentre Mariella Lo Sardo e Raffaella D’Avella sono due attrici teatrali con tantissima esperienza. Mi sono innamorato di loro durante i provini ed è stato molto semplice ed entusiasmante lavorarci.

Come è stato lavorare con Netflix?
Con Netflix ci siamo interfacciati durante la preparazione del film. È una realtà professionale incredibile ed enorme, che rispetta la libertà creativa e che studia molto il progetto filmico e il regista che si appresta a realizzarlo. Erano entusiasti del progetto e hanno creduto in me nonostante fosse un’opera prima. Spero siano contenti dei risultati.
Il Legame porta alla luce una Puglia inedita con atmosfere inquietanti e internazionali in un certo senso. Come hai creato tutto questo?
La mia idea era quella di rendere in chiave diversa una Puglia a cui lo spettatore è abituato ed è forse anche un po’ “saturo”. Ci siamo serviti degli strumenti del genere per restituire attraverso le location, i suoni, la fotografia, i paesaggi e le atmosfere un sapore e alcune percezioni perturbanti dell’infanzia e dell’adolescenza. Le enormi case degli sconosciuti, il vento dei campi di ulivi, le preghiere sussurrate, le foto sacre delle camere da letto, gli orli delle lenzuola impolverate. Infatti mi gratificano molto i commenti della gente del sud che mi dice che grazie al film ha rivissuto in qualche modo queste sensazioni.
Per anni sei stato assistente alla regia di Sorrentino. Hai carpito qualche segreto dal suo modus operandi sul set?
È difficile sul set carpire il modo di lavorare dei registi, fare l’assistente alla regia vuol dire aiutare l’Aiuto regia che è colui che regge le redini del set e di solito ci si relaziona poco con il regista. Di sicuro osservandoli in qualche modo ho ammirato l’enorme professionalità e l’attenzione meticolosa che si ha per i reparti e la messa in scena. Ho avuto l’enorme fortuna di lavorare con registi che hanno un controllo vero del set e sono in grado di gestire con facilità situazioni molto complesse e delicate.
La stregoneria è al centro della sceneggiatura. Ti sei documentato per dare un senso di realismo e credibilità?
Ho provato ad allontanarmi dai canoni standard del genere e affrontare il culto della magia cerimoniale perché è esistente e ci appartiene da sempre. Nel mio caso mi sono documentato in due modi: studiando il più possibile De Martino e il suo saggio Sud e Magia, guardando i documentari di Luigi di Gianni, ascoltando registrazioni e osservando tutto il materiale fotografico in circolazione. Dopo aver metabolizzato tutte queste ricerche ho deciso anche di approfondire la realtà che più mi era vicina e che conoscevo meglio, attraverso i racconti più terreni e popolari degli anziani e legati alla città in cui vivo, che nasconde ancora un lato mistico molto interessante.
L’Italia cela una storia soprannaturale ed esoterica in molti territori. Sei affascinato da questo e perchè?
Sono affascinato perché attratto dall’ignoto e dal misticismo. Ma credo sia una questione personale, mi piace documentarmi, leggere e studiare questi aspetti. L’italia è un luogo ricco di queste storie, di tradizione e di folklore e per me sono grande fonte di ispirazione.
Gli effetti speciali sono molto curati e funzionali alla componente horror del film. Come hai scelto di realizzarli e sei soddisfatto del risultato finale?
Emanuele De Luca si è occupato dei prostetici, Fabio Traversari degli Special Fx e Rodolfo Migliari della Cgi.In Italia si è poco abituati a questo genere di film quindi tutti hanno lavorato al progetto con molto entusiasmo. Da fan del genere ho chiesto di ricostruire quasi tutto dal vero e sono molto soddisfatto del risultato ottenuto. Credo che la nostra tradizione cinematografica di genere abbia creato artigiani molto validi, in grado di competere anche con un cinema americano di alto livello.
C’è stata una scena particolarmente difficile da girare che ha richiesto numerosi ciak?
Il set è stato molto breve e molto faticoso, quindi per me è stato tutto complicato anche se avevo dei reparti, una produzione e un cast solido. Ma lavorare con gli animali, gli stunt e con gli effetti speciali da un lato era molto appagante, proprio perché non si è più abituati e quindi c’era una curiosità costante nell’esplorare questi aspetti, ma dall’altro è stato faticoso proprio perché richiedono molta tempo e preparazione.
Ti sei ispirato ad altri film che trattano temi simili?
Tra le mie ricerche ci sono stati due film fondamentali per questo film: Il demonio di Brunello Rondi (1963), film horror/folkloristico che seguiva in parallelo la spedizione di De Martino. Quindi si attinge in maniera quasi documentaristica a quegli studi, ma è a tutti gli effetti un horror. Vinse l’Orso d’Argento al Festival di Berlino ma fu aspramente criticato e censurato in Italia. Lo trovo un film straordinario e un classico di genere che va assolutamente recuperato.
Anche Non si sevizia un paperino di L. Fulci è stata una grande fonte di ispirazione, all’epoca del Giallo all’Italiana decise di abbandonare la metropoli (location principale di quasi tutti i film di genere degli anni 70) e di realizzare un thriller/horror bucolico.
Per i progetti futuri pensi di restare nei dintorni del cinema horror o vuoi sperimentare altri linguaggi?
Come ti dicevo io scrivo solo racconti di genere, che possono spaziare dall’horror al thriller, ma mi piace comunque giocare con la suspance e costruire delle sensazioni di inquietudine costante. Quindi spero di continuare a fare questo tipo di film e soprattutto di migliorare per raggiungere quella sicurezza e controllo dei registi con i quali ho lavorato in passato.



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